I PRINCIPI RELIGIOSI ALLA PROVA DELLA GLOBALIZZAZIONE : I paradossi della finanza islamica

By: 
Ibrahim A. Warde
Date Published: 
September, 2001
Publication: 
Le Monde diplomatique
Language: 

 

LE ISTITUZIONI FINANZIARIE ISLAMICHE, NATE NEGLI ANNI '70, SONO OPERATIVEIN PIÙ DI SETTANTACINQUE PAESI. IL LOROSVILUPPO, APPARENTEMENTEPARADOSSALENEL CONTESTODI UNARELIGIONECHECONDANNAI GUADAGNIGENERATI DAI PRESTITI, IN UN PRIMO TEMPO È AVVENUTO IN PARALLELOCON IL RISVEGLIO DELL'ISLAM POLITICO.MA ÈPOISOPRAVVISSUTOALDECLINODI QUEST'ULTIMO, TROVANDO NUOVO VIGORE GRAZIE ALLO SVILUPPO DELLAGLOBALIZZAZIONE FINANZIARIA. I FONDI ISLAMICI, BASATI SULLA DIVISIONEDEI PROFITTI E DELLE PERDITE O, PIÙ PROSAICAMENTE, SU INVESTIMENTIIN SETTORI LA CUI LICEITÀ È INDISCUTIBILE, COESISTONO ORMAI CON ALTRIPRODOTTI FINANZIARI «ETICI».

 

Le istituzioni finanziarie islamiche hanno un peso di circa 230 miliardidi dollari, quaranta volte di più di quanto ne avessero nel 1982 (1). La maggior parte delle grandi istituzioni finanziarie occidentali,sul modello della Citibank, che nel 1996 ha aperto una propria filialeislamica nel Barhein, sono ormai impegnate in questo tipo di attivitàsotto forma di filiali, di «sportelli islamici» o di prodotti finanziaridestinati a una clientela musulmana. Simbolo dell'integrazione dellafinanza islamica nell'economia globale, esiste persino un «indiceDow Jones del mercato islamico».

Questo fenomeno può apparire paradossale, poiché l'islam è consideratoda alcuni come incompatibile con il «nuovo ordine mondiale» che siè imposto dalla fine della guerra fredda (2). Come spiegare, nell'epocadella finanza globalizzata, che istituzioni che rigettano l'«usura»possano integrarsi in un sistema fondato sull'interesse e che tecnicheriesumate con il risveglio dell'islam politico vivano la loro etàdell'oro mentre lo stesso islam politico sta perdendo terreno (3)?

Negli anni '70 ha preso forma una finanza islamica modernizzata,tra la crescita del pan-islamismo e il boom petrolifero. La guerradei sei giorni (giugno 1967) aveva in effetti segnato l'inizio deldeclino del movimento nasseriano, pan-arabo e secolare, e apertola strada all'egemonia regionale dell'Arabia saudita, all'insegnadel pan-islamismo. La creazione, nel 1970, dell'Organizzazione dellaconferenza islamica (Oci) che riuniva i paesi musulmani, ha riportatoall'ordine del giorno i precetti economici dell'islam. Gli istitutiislamici di ricerca economica hanno così cominciato a proliferare.

Nel 1974, al vertice di Lahore, l'Oci, sull'onda della moltiplicazioneper quattro dei prezzi del petrolio, decise di fondare la Banca islamicadi sviluppo. Questa istituzione, con sede a Gedda, ha gettato lebasi di un sistema di aiuto reciproco fondato su principi islamici. Nel 1975, nasce la Dubai Islamic Bank, la prima banca privata islamica.

Un'associazione internazionale di banche islamiche venne costituitaper stabilire norme e difendere interessi comuni. Nel 1979, il Pakistanfu il primo paese a decretare l'islamizzazione di tutto il settorebancario. Venne seguito, nel 1983, dal Sudan e dall'Iran.

Toccò allora ai giuristi musulmani adattare una tradizione pre-capitalisticaai bisogni della società contemporanea. Difatti, benché la religionesi mostrasse favorevole al commercio (professione esercitata dalprofeta Maometto), condannava invece i guadagni generati dalla finanza«pura». Il Corano per esempio dichiara che, malgrado un'apparentesimilitudine, i profitti generati dal commercio sono fondamentalmentediversi da quelli generati dai prestiti (sura 2, versetto 275).

L'Islam proibisce, in particolare, la riba. La parola, tradotta generalmentecon «usura», letteralmente significa «aumento». Ma la sua interpretazioneè sempre stata oggetto di controversie : secondo alcuni, la ribafa riferimento a tutte le forme di «interesse fisso» ; per altre,il termine designa soltanto l'interesse eccessivo. Anche se alcuneautorità religiose - ivi compreso l'attuale sceicco di Al Azhar inEgitto - hanno dichiarato legittimi alcuni tipi di interesse, numerosiulema continuano ad attenersi a un'interpretazione restrittiva.

Senza contestare il pricipio della remunerazione del denaro datoin prestito, la tradizione islamica rifiuta l'aspetto «fisso e predeterminato»dell'interesse, con tutte le sue implicazioni in materia di equitàe di potenziale di sfruttamento del debitore. L'islam propugna piuttostol'equa spartizione dei rischi e dei guadagni (4). Nei primi tempidell'islam, la forma di finanziamento applicata correntemente consistevanell'associare chi concede il prestito e chi lo ottiene; un riccomercate finanziava un'operazione realizzata da un imprenditore eprofitti e perdite venivano spartiti equamente. Questa forma di finanzaassociativa - che ispirerà il sistema di accomandita nel dirittofrancese - ha una logica simile a quella del capitale di rischioresa popolare dalla «nuova economia». Un mondo di banchieri senza bancheI teorici della finanza islamica ritenevano che questo sistema siadattasse meglio sia ai bisogni economici del mondo islamico chealle esigenze morali della religione. In effetti, mentre la bancaclassica privilegia i possessori di capitali o di beni suscettibilidi essere ipotecati, la finanza associativa dà una possibilità aimprenditori dinamici ma con pochi fondi. Il sistema permetterebbeegualmente a coloro che, per ragioni religiose, hanno preferito finorala tesaurizzazione, di entrare nei circuiti economici produttivi.

L'islam vi aggiunge anche una dimensione caritativa: grazie allagestione sia di «fondi di zakat» (5) che alle loro donazioni, lebanche devono lottare contro la povertà e l'esclusione.

Questo nuovo sistema finanziario era fondato su due principi di finanzaassociativa - mudaraba (accomandita) e musharaka (associazione).

Altri strumenti «neutri», come la murabaha (dove la banca svolgeil ruolo di intermediario commerciale, che compra le merci necessarieai suoi clienti rivendendole loro e realizzando un profitto), avrebberodovuto svolgere un ruolo di transizione: permettere alle banche direalizzare un reddito in attesa della diffusione dell'uso della finanzadi partecipazione. Anche la remunerazione dei depositi era fondatasul principio della spartizione delle perdite e dei profitti: i contidi risparmio venivano remunerati (o no) in funzione degli utili fattidall'istituto; «conti di investimento» destinati a finanziare specificheiniziative venivano retribuiti in funzione dei guadagni realizzatida questi investimenti.

Ma la finanza di partnership si rivelò deludente: né le infrastrutturefinanziarie né la mentalità erano adatte. Scottati da questi fallimenti,numerosi istituti hanno abbandonato le ambizioni iniziali. In mancanzadi investimenti lucrosi nei paesi d'origine, hanno piazzato una parteimportante dei propri fondi in Occidente. La predilezione per i «benireali» (immobiliare, mercato delle materie prime) ha portato un numeroconsiderevole di banche ad accumulare perdite notevoli. Gli strumenti«neutri», che avrebbero dovuto svolgere soltanto un ruolo transitorio,sono diventati la norma stabile.

Sotto molti aspetti, le banche islamiche differivano ormai dallebanche convenzionali solo per il linguaggio adottato, destinato amascherare l'esistenza dell'interesse. La loro immagine ha soffertoanche per il crollo delle compagnie di investimento islamiche inEgitto nel 1988 (6) e per un certo numero di scandali. Alcuni ritenneroallora che la finanza islamica non fosse in definitiva che un episodioeffimero legato al boom petrolifero.

Al contrario, proprio allora essa era sul punto di conoscere unafortissima crescita. Difatti, grandi sconvolgimenti avevano nel frattempotrasformato il mondo della finanza internazionale e quello dell'islam:mutazioni tecnologiche e deregulation da un lato (globalizzazionedella finanza, nuovi prodotti finanziari ecc.); cambiamenti politici,economici, demografici e sociali dall'altra (impatto della rivoluzioneiraniana, guerra del Golfo, crollo dell'Unione sovietica e nascitadi nuovi stati islamici, fluttuazioni del mercato petrolifero, crescitadelle «tigri asiatiche», sviluppo di una borghesia religiosa musulmana,ecc.).

Ma la finanza islamica ha potuto conoscere un vero rilancio soloal prezzo di un aggiornamento dei propri principi e pratiche. Mentreil primo ijitihad (sforzo di interpretazione) era caratterizzatodal legalismo e dall'aspetto scolastico, il secondo si è adoperatoper ritrovare il senso o l'«economia morale» dell'islam, tenendoconto dei principi che a lungo avevano permesso all'islam di adattarsialle più diverse culture: 'urf (accettazione dei costumi locali),darura (necessità) e maslaha (interesse generale).

Le reti finanziarie islamiche, un tempo monolitiche e dominate dallemonarchie petrolifere del Golfo (in particolare dall'Arabia saudita),attualmente riflettono la diversità del mondo musulmano. Persinoi paesi che hanno realizzato l'islamizzazione completa dell'economiapossiedono sistemi disparati nati in circostanze geopolitiche o economichee di interpretazione religiosa differenti. Gli strumenti che oggiconoscono una crescita maggiore sono sovente quelli che, negli anni'70, erano o considerati illeciti (l'assicurazione o takaful) oppuredi uso ancora limitato (i fondi di investimento). Per esempio, inparallelo con la crescita di fondi di investimento etici o socialmenteresponsabili nel mondo della finanza, oggi sono i fondi investitiin imprese o in settori a sicuro carattere lecito (7) ad attiraremaggiormente il risparmio dei musulmani. Istituti finanziari islamicioperano in più di 75 paesi.

L'inserimento di questa finanza islamica nell'economia globale nonè esente da una miriade di paradossi. Il fatto che la finanza deglianni '90 generi l'essenziale dei profitti a partire da commissionie dalle tariffe imposte sui servizi (e non più, come una volta, apartire dal differenziale di interesse tra crediti e depositi) hapermesso di aggirare i dibattiti teologici sulla riba. D'altronde,l'ondata di innovazioni finaziarie conseguenti alla deregulationha reso possibile l'ideazione e la vendita di ogni tipo di «prodottiislamici». Per esempio, un'obbligazione può venire scomposta, permettendoad ognuna delle sue due componenti - il «capitale» e l'«interesse» - di essere venduta separatamente.

In più, il declino della banca commerciale classica congiunto allosviluppo delle banche di investimento e delle società di gestionedi capitali a rischio ha rafforzato l'idea della finanza associativa.

D'altronde, sia il riavvicinamento della finanza e dell'industriache la fusione dei mestieri della finanza hanno ricreato le condizioniper un mondo di «banchieri senza banche» che prevaleva all'epocad'oro dell'islam.

L'evoluzione politica del mondo musulmano ha portato in primo pianoalcuni aspetti - il diritto alla proprietà privata e alla liberaimpresa, l'importanza dei contratti o della carità privata - chehanno mostrato la compatibilità di questa concezione dell'islam conil «consenso di Washington» (8). A questo punto, la religione hapotuto essere invocata per deregolamentare, privatizzare o ridurrei servizi pubblici. Alcuni governi - la Malaysia e il Barhein peresempio - hanno fatto ricorso a questa interpretazione per modernizzarei rispettivi sistemi finanziari, per opporsi ad altre forme di islamismoo per affrontare le classi retrograde che vivevano di rendita e ilsettore privato refrattario all'aggiustamento strutturale (9). Comeha sottolineato una recente inchiesta del Financial Times, in numerosipaesi islamici sono le istituzioni religiose ad essere spesso lepiù dinamiche e innovative (10).

Ma, in definitiva, l'attrattiva della finanza islamica si spiegasoprattutto grazie agli eccessi della finanza globale (11). Per leclassi medie che stanno emergendo in questo contesto di crescitadella religiosità, l'alternativa è chiara. Se devono scegliere trala finanza convenzionale che si è secolarizzata, se non addiritturaamoralizzata, e un sistema di finanza etica a cui la religione hadato il proprio beneplacito (fondato sul principio che le attivitàeconomiche restano benefiche fintanto che vengono esercitate in unrigido quadro morale), la decisione diventa ancora più facile, datoche il numero di prodotti islamici e di istituzioni che li offrononon cessano di crescere.

 

 

(Traduzione di A.M.M.)

 

Riferimenti

(1) http://www,islamicfinanceintheglobaleconomy.com

(2) Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà, Garzanti, 1997.

(3) Olivier Roy, L'Echec de l'islam politique, Seuil, Parigi, 1992.

(4) Le tradizioni cristiana ed ebrea hanno da tempo emesso identicheriserve. Si legga Rodney Wilson, Economics, Ethics and Religion:Jewish, Christian and Muslim Economic Thought, New York UniversityPress, 1997.

(5) L'elemosina legale, con la professione di fede, la preghiera,il digiuno e il pellegrinaggio, costituisce uno dei «cinque pilastri»dell'islam.

(6) Si legga Michel Galloux, Finance islamique et pouvoir politique:le cas de l'Egypte, Presses universitaires de France, Parigi, 1997.

(7) Questi fondi evitano di investire sia in imprese troppo indebitateo la cui gestione viene giudicata troppo avventurosa o poco etica,che in settori come quello delle bevande, delle armi o del gioco.Cfr. http://www.islamicfinanceintheglobaleconomy.com/

(8) Designa le politiche imposte dal Fondo monetario internazionalee dalla Banca mondiale ai paesi poveri. Si legga Moisès Nain, «Ilconsenso di Washington colto in fallo», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, marzo 2000.

(9) Si legga Georges Corm, «L'economia del mondo arabo, fragile einiqua», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1994.

(10) Roula Khalaf, «Dynamism is held back by State Control», FinancialTimes, 11 aprile 2000.

(11) Si legga Ibrahim Warde «Finanzieri da casinò, contribuenti spennati»,Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 1994.

 

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