LE AMBIGUITÀ DELLA LOTTA AL RICICLAGGIO : I danni collaterali della guerra finanziaria

By: 
Ibrahim A. Warde
Date Published: 
November, 2001
Publication: 
Le Monde diplomatique
Language: 

 

A LCUNI INVESTIMENTI SOSPETTI HANNO FATTO PENSARE CHE GLI AUTORI DEGLIATTENTATI DELL'11 SETTEMBRE AVESSERO AFFIANCATO ALLE LORO OPERAZIONISUICIDE UNA MASSICCIA SPECULAZIONE SUI MERCATI FINANZIARI. L'INCHIESTAIN MATERIA RISCHIA TUTTAVIA DI RISOLVERSI IN UN BUCO NELL'ACQUA.TANTO PIÙ DEREGULATION RENDONO CONTROLLO BORSISTICO E FINANZIARIONON HA ALCUN INTENZIONE DI METTERE IN LUCE LE SUE NUMEROSE ZONE D'OMBRA.

 

Si tratta di una semplice coincidenza? I titoli azionari più espostiagli effetti della tragedia dell'11 settembre - compagnie aeree,società di assicurazione e riassicurazione, banche d'affari - avevanofatto registrare una forte speculazione al ribasso durante i giorniprecedenti. Secondo Antonio Martino, ministro della difesa italiano, non c'eranessun dubbio che «dietro questa speculazione sui mercati internazionalisi nascondessero stati e organizzazioni terroristiche (1)». La tesisembrava tanto più plausibile in quanto Osama bin Laden, «miliardario»saudita e presunto mandante degli attentati, si era fatto le ossacome banchiere della resistenza afghana contro gli invasori sovietici.

Le autorità di controllo della borsa hanno avviato un'indagine sulletransazioni sospette. Nel giro di qualche giorno la Securities andExchange Commission (Sec) e le sue agenzie omologhe britannica, tedesca,olandese, francese e giapponese hanno però annunciato la chiusuradell'indagine. Niente, secondo loro, consentiva di suffragare latesi di una speculazione premeditata, di un reato di insider tradingo di una manipolazione dei corsi azionari.

Vi è senz'altro una spiegazione più convincente per questi movimentispeculativi: alla vigilia degli attentati la depressione in borsasembrava sul punto di aggravarsi, gli esperti finanziari prevedevanorisultati scadenti per i settori dell'aviazione civile e delle assicurazioni,e la stampa economica traboccava di dettagli sulle batoste legalie finanziarie subite dalla Merill Lynch e dalla Morgan Stanley (2).

La rapidità con la quale fu chiuso il dossier sull'ipotesi di speculazionemostra peraltro anche l'impotenza dalle agenzie di controllo dellaborsa di fronte agli eccessi della deregulation, così come la scarsadiligenza del pianeta finanziario nel fare chiarezza tra le sue zonedi ombra. In teoria, gli organismi di controllo della borsa hannoa disposizione un ampio arsenale di procedure e sanzioni contro ireati finanziari; ma la scarsa chiarezza del sistema limita i loromargini di manovra. Se le transazioni semplici (acquisto e venditada parte dei privati) possono essere facilmente identificate, i movimentiche veramente incidono sui mercati -

CHE GLI IMPOTENTI RIVELANO

ECCESSI DELLA IMECCANISMI DI CHE IL PIANETA

transazioni complesse e sofisticateoperate da specialisti dell'ingegneria finanziaria, operazioni condottedai misteriosi «hedge funds» (fondi speculativi)... - spesso sfuggonoad ogni segnalazione. D'altronde, il mondo sotterraneo della finanza,con le sue società-ombra, i paradisi fiscali e gli indecifrabiliprodotti derivati, si ingegna per fare in modo che i suoi segretirestino tali.

Dall'inizio degli anni '80, la «gabbia» di regolamenti nella qualeil mondo della finanza era a lungo stato imprigionato continua incessantementead aprirsi. Deregolamentazione, liberalizzazione, smantellamentodegli ostacoli, privatizzazione: queste sono le parole d'ordine diun movimento che, partito dagli Stati uniti, si diffonde progressivamentein tutto il mondo. Con il pretesto di creare un vero «mercato dicapitali», si voleva lasciare mano libera agli operatori finanziari,in modo che i capitali circolassero liberamente attraverso le frontiere.

Certo, i mercati finanziari hanno conosciuto una crescita senza precedenti,ma ciò è avvenuto al prezzo di un aumento dei reati finanziari edella destabilizzazione delle basi dell'economia sottostante (3).

Unica eccezione a questo principio di liberalizzazione dei mercatiè stata l'intensificazione progressiva della lotta contro il «riciclaggiodel denaro sporco». Concepita in un primo tempo dall'amministrazioneReagan per sconfiggere alla fonte il traffico di droga, i cui effetticontinuavano a devastare le città americane, la campagna fu ripresaanche dalle amministrazioni Bush e Clinton. Le maniere forti e laretorica della «tolleranza zero» si scontravano con le tutele legalie costituzionali e con la logica della liberalizzazione ad oltranza.

Sempre più utilizzata per fini politici, la lotta contro il riciclaggioha infine puntato contro tutti i tipi di «denaro sporco» (corruzione,terrorismo, ecc.) e si è estesa a livello globale grazie agli sforzidel Gruppo d'azione finanziaria contro il riciclaggio dei capitali(Gafi), creato nel 1989 in seno al G7.

Attentati a basso costoL'avvento dell'amministrazione Bush, molto vicina agli ambienti dellafinanza, lasciava presagire un indebolimento delle iniziative controil riciclaggio. Come ebbe a dire Paul O'Neill, segretario al Tesoro:«Saranno quindici, forse anche venticinque anni, che c'è un programmadi lotta contro il riciclaggio del denaro illecito messo a puntoper impedire ai criminali di trasferire i loro fondi nell'economiamondiale. Spendiamo più di 700 milioni di dollari all'anno per questacampagna, senza averne praticamente recuperato nulla. In venticinqueanni, siamo riusciti a conseguire un unico successo rilevante». Comesi spiega allora l'intensificazione della lotta al riciclaggio? Secondoil commento un po' beffardo di O'Neill, «qualunque azione viene percepitacomunque come un segnale positivo (4)». In questo campo, gli annuncicome quelli per la creazione di comitati o unità di crisi, conferenzeinternazionali, congelamento di conti, interpellanze, pubblicazionidi liste nere, danno l'impressione di un esito impressionante, anchese il bilancio reale è insignificante.

Come in tanti altri settori, il dramma dell'11 settembre ha stravoltotutti i dati. Nella «nuova» guerra promessa dagli Stati uniti, laprima battaglia si è giocata a livello finanziario. Domenica 23 settembre, accanto al segretario del tesoro e a quello di stato Colin Powell,George W. Bush ha annunciato: «Oggi abbiamo colpito le fondamentafinanziarie della rete terrorista planetaria». Ammettendo che comunquela maggior parte dei beni della «rete bin Laden» si trovava fuoridal territorio americano, il presidente Bush ha lanciato un solennemonito «alle banche e istituzioni finanziarie del pianeta»: «Lavoreremocon i vostri governi e chiederemo loro di impedire ai terroristil'accesso alle loro risorse. Se non accettate di aiutarci, divulgandole informazioni di cui disponete o congelando i conti, il dipartimentodel tesoro ha tutta l'autorità necessaria per bloccare a sua voltai vostri beni e le vostre transazioni negli Stati uniti». Un decreto presidenziale ha subito messo all'indice ventisette individuiprivati e organizzazioni: Osama bin Laden, i suoi undici più importanticollaboratori, undici gruppi terroristici e quattro organizzazionicaritatevoli. Una settimana dopo, annunciando il congelamento dialtri cinquanta conti bancari, il presidente Bush ha aggiunto chequesto provvedimento costituiva un «progresso sul fronte finanziario (5)». Da quel momento, sono state pubblicate altre liste e gli stanziamentiper gli enti preposti alla lotta contro il riciclaggio, in particolareper il Gafi, hanno fatto registrare un massiccio aumento.

In ultima analisi, questa guerra finanziaria, basata sul principioper cui «il crimine organizzato è motivato dal lucro», si basa suun malinteso (6). La logica degli autori degli attentati è diversada quella dei trafficanti di droga o delle cupole mafiose. Secondol'Fbi, che ha passato al vaglio lo status economico dei diciannoveattentatori, le operazioni dell'11 settembre sarebbero costate nonpiù di 200mila dollari. I dirottatori conducevano un'esistenza modesta,alcuni facevano piccoli lavori, altri ricevevano denaro dalle famiglie.

I corsi di addestramento al pilotaggio sembravano le uniche vociche potessero richiedere un aiuto finanziario esterno. Nel 1993,un primo attentato contro il World Trade Center, che fece sei mortie mille feriti, non costò più di 20mila dollari (7). In queste condizioni,non è detto che l'esaurimento delle risorse finanziarie ponga finealla minaccia terroristica. Se esiste un problema finanziario, èche si sporca il denaro «pulito» e non il contrario. Ma la quantitàdi denaro lecito che viene destinato ad attività terroristiche èdavvero infima.

Questa considerazione richiede una nuova riflessione sulla strategiada adottare contro il terrorismo, privilegiando per esempio una migliorequalità delle informazioni e l'infiltrazione in ambienti sospetti,anziché l'ostinazione sui tradizionali sistemi anti-riciclaggio.

Le istituzioni finanziarie erano già tenute a segnalare alle autoritàtutte le transazioni dubbie. Adesso devono esercitare una vera epropria vigilanza poliziesca, sicura ed efficiente, nei confrontidei loro clienti ed associati. Se i grandi istituti sono comunquein grado di passare attraverso le maglie della rete, sono i piccoliad essere più esposti e in particolare quelli legati al mondo musulmano.

D'altra parte, i sospetti non si limitano più ai circuiti finanziaritradizionali. La notizia che tre trasferimenti, per un importo complessivodi 15mila dollari, erano stati effettuati a beneficio di un terroristacon l'intermediazione di una hawala (8), una semplice agenzia dicambio caratteristica di tutte le economie rudimentali, mette anchequeste attività tra gli obiettivi della lotta al riciclaggio. Ilsostegno che peraltro hanno fornito ai terroristi anche organismicaritatevoli, ha gettato discredito sull'insieme del sistema degliaiuti. Alcuni commentatori antimusulmani ripetono da anni che laragione d'essere di questo settore è il finanziamento del terrorismo (9). In realtà l'importanza di questo settore dipende dal fatto chela decima (zakat) è uno dei cinque pilastri dell'Islam (10).

Insomma, in questo clima di psicosi, l'equazione musulmano = integralista= terrorista si estende alla sfera finanziaria: un flusso finanziarioin provenienza del mondo islamico è per se stesso colpevole. Nellaguerra finanziaria contro il terrorismo, la logica del castigo collettivo - se una pecora è malata bisogna abbattere l'intero gregge - provocagià i suoi danni collaterali.

 

(Traduzione di P. M.)

 

Riferimenti

(1) The Guardian, 18 settembre 2001.

(2) Vedere ad esempio The Wall Street Journal, New York, 10 e 11settembre 2001.

(3) Leggere «Les assises du système bancaire ébranlées par la déréglementation»,Le Monde diplomatique, gennaio 1991.

(4) Programma «The News-hour with Jim Lehrer», Pbs, 19 settembre2001.

(5) Financial Times, 1° ottobre 2001.

(6) www.ncis.co.uk National Criminal Intelligence Service (Ncis),Overview of Money Laundering.

(7) The New York Times, New York, 25 settembre 2001.

(8) Banchi di cambio e agenzie per il trasferimento di fondi chesi trovano in tutto il Medio-riente e nel subcontinente indiano.

(9) The Wall Street Journal, 24 agosto 1998.

(10) Leggere «I paradossi della finanza islamica», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, settembre 2001.

 

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