MATRIMONIO D'INTERESSE SULL'ALTARE LIBERISTA : L'università americana comprata dai mercanti

By: 
Ibrahim A. Warde
Date Published: 
March, 2001
Publication: 
Le Monde diplomatique
Language: 

 

POICHÉ APPARTENGONO ALLA SFERA PUBBLICA, L'ISTRUZIONE E LA SANITÀSUSCITANO LE BRAMOSIE DELLE IMPRESE PRIVATE. L'ASSALTO IN NOME DELPROFITTO SI DISPIEGA CON UN VIGORE TUTTO PARTICOLARE NELL'UNIVERSITÀ.SOTTO L'ALIBI DEL «MERCATO DELLE IDEE», LA CORSA ALLE DISCIPLINECHE «ATTIRANO SOLDI» HA GIÀ MOLTIPLICATO NEGLI STATI UNITI I CONFLITTIDI INTERESSE TRA RICERCA E MONDO DEGLI AFFARI. IN FRANCIA LA TENDENZAALL'EUFEMISMO CHE CARATTERIZZA IL GOVERNO DELLA «SINISTRA PLURALE»FA SÌ CHE I TERMINI «PARTENARIATO» E «PROFESSIONALISMO» SEGUANO LOSTESSO TIPO DI EVOLUZIONE. UNA TALE INVASIONE DI LOGICHE DI MERCATO,CHE SFOCIA IN UNA FRAMMENTAZIONE TRA «RICERCATORI-IMPRENDITORI» ECOTTIMISTI DELL'INSEGNAMENTO, METTE IN PERICOLO L'UNITÀ DELL'UNIVERSITÀ.

 

Nel novembre 1998, l'Università di Berkeley, California, concludevaun accordo con la società svizzera Novartis. La facoltà di microbiologia(Plant and Microbial Biology) riceveva una donazione di 25 milionidi dollari, e come contropartita questa università pubblica concedevaal gigante elvetico dell'industria farmaceutica e della biotecnologiail diritto di appropriarsi di oltre due terzi delle scoperte effettuatedai ricercatori della facoltà (comprese quelle finanziate dallo statodella California o dal governo federale), nonché quello di negoziarei relativi brevetti. Inoltre, l'università cedeva alla Novartis ilcontrollo di due seggi su cinque in seno al Comitato della facoltà,incaricato dello stanziamento dei fondi per la ricerca.

L'accordo Berkeley-Novartis suscitò una levata di scudi. Più di metàdei docenti della facoltà in questione diedero voce alla loro preoccupazioneper un accordo che minacciava, oltre al principio della ricerca finalizzataal bene pubblico, anche il libero scambio delle idee in seno allacomunità scientifica (1). Tom Hayden, senatore dello stato dellaCalifornia, si domandò «se la ricerca biotecnologica non sarebbestata, a questo punto, dominata unicamente dagli interessi delleimprese, e se non si correva il rischio che gli eventuali criticidi questo tipo di pratica in seno al mondo universitario fosseroimbavagliati».

Eppure, è proprio questo il nuovo modello di cooperazione tra leuniversità e il settore privato. In seguito alla «rivolta fiscale»scatenata nel 1978 in California dalla «proposta 13», che congelaval'imposta fondiaria, gli stati, privati delle imposte, hanno ridottosempre di più i fondi per l'istruzione. Nel 1980 la legge Bayh-Dole(dai nomi dei due patrocinatori, uno democratico e l'altro repubblicano),nell'intento di rafforzare la competitività dell'industria americana,autorizzava per la prima volta le università a brevettare le invenzionifinanziate dal governo. In seguito, furono varate altre leggi perfavorire la commercializzazione dei brevetti da parte delle università,e concedere esenzioni fiscali alle imprese che finanziavano la ricercauniversitaria.

Con la fine della guerra fredda, il governo federale tagliò ulteriormentei fondi per la ricerca. Il finanziamento dell'università di Berkeley,un tempo garantito quasi interamente dallo stato della California,fu ridotto al 50% nel 1987 e al 34% nel 1989. Tutti i grandi investimentidi quest'ultimo decennio sono stati possibili solo grazie a donazioniprivate. Per costruire la sua nuova business school, l'Universitàha lanciato una frenetica campagna per la raccolta di fondi. La sommapiù rilevante è stata elargita dalla famiglia Haas (erede del fabbricantedi jeans Levy-Strauss) che in cambio ha ottenuto di dare il proprionome alla scuola. Varie cattedre sono state finanziate da altre grosseimprese. Al decano è stato attribuito il titolo di «Bank of AmericaDean» (decano della Banca d'America). I nuovi edifici sono infarcitidei simboli delle imprese; in tutte le aule, e persino sui tavolie sulle sedie sono affisse targhe commemorative dei vari benefattori(imprese o singoli individui). È questo che James Engell e Anthony Dangerfield, docenti di Harvard,hanno definito «market-model university» (modello universitario dimercato): una formula di cui beneficiano soprattutto le facoltà che«studiano il denaro», «attirano il denaro» o «guadagnano denaro» (2), mentre le altre sono trascurate, se non abbandonate.

I fautori di queste alleanze tra università e imprese, quali ad esempioil Business Higher Education Forum, una lobby formata da rappresentantidel mondo universitario e imprese, decantano ovviamente i vantaggidel nuovo sistema: la possibilità di ottenere finanziamenti per costruirelaboratori moderni e realizzare ricerche avanzate, in un periododi disimpegno del settore pubblico, e la commercializzazione immediatadi scoperte scientifiche, segnatamente nel campo della biotecnologia.

E sostengono che la prosperità indotta dalle nuove tecnologie, graziealla crescita economica, alle scoperte utili alla società, all'aumentodel gettito fiscale e alle relative ricadute filantropiche non possanoche avvantaggiare il pubblico e lo stesso stato.

L'era del buon affareMa non tutti condividono quest'opinione ... (3) Ad esempio, per RonaldCollins, direttore del progetto per l'integrità scientifica in senoal Center for Science and the Public Interest, «la scienza sta perdendola sua credibilità»: «I condizionamenti delle ricerche e la praticadella segretezza ne incrinano la reputazione e offuscano il suo finedi ricerca della verità. I docenti universitari remunerati dalleindustrie che svolgono funzioni di esperti in seno al Congresso ealle istanze di regolamentazione non rivelano i loro legami con ilmondo degli affari. Le facoltà scientifiche delle università pubblicheinstaurano rapporti con le imprese in piena clandestinità, e le rivistemediche mantengono il segreto sui conflitti d'interesse dei loroautori (4)».

Allo stesso modo, Robert Reich, ministro del lavoro durante il primomandato del presidente Clinton, deplora nel suo ultimo libro l'impattodell'«era del buon affare» sul mondo dell'insegnamento (5). Vogliadi sapere, ricerca disinteressata e curiosità intellettuale si trovanorelegate in secondo piano. I rettori dell'università, che assomiglianosempre più a dei commessi viaggiatori, vengono giudicati prima ditutto in funzione della loro capacità di trovare finanziamenti. Glistudenti delle scuole più prestigiose considerano i loro studi comeun investimento con prospettive di «networking» e di salari mirabolanti.

In passato, le donazioni non comportavano nessun tipo di restrizionio di obblighi, mentre oggi, per parafrasare una celebre formula,chi chiede aiuto deve tenere la ciotola in una mano e l'incensierenell'altra (6). La logica del «modello universitario di mercato»impone che le donazioni siano considerate come investimenti dalleimprese: al di là della commercializzazione dei risultati delle ricerche,anche la pubblicità gratuita, gli elogi e la rispettabilità figuranotra i benefici da addurre per giustificare la spesa (7). Per converso,le infrazioni si pagano: recentemente la Nike ha sospeso i contributifinanziari a tre università (Michigan, Oregon e Brown) con il pretestoche gli studenti avevano criticato i suoi metodi di produzione neipaesi più poveri, con particolare riguardo allo sfruttamento dellavoro minorile.

Vent'anni dopo l'approvazione della legge Bayh-Dole, il settore privatoha moltiplicato per otto i fondi dedicati alla ricerca universitaria,e le università hanno depositato un numero di brevetti venti voltemaggiore. Tutte le università dotate di un settore di ricerca possiedonoil proprio «Centro gestione brevetti», il cui compito è massimizzarele royalty. Vari grandi istituti hanno creato filiali di capitalea rischio, finalizzate a investire nei progetti economicamente piùpromettenti. In un momento in cui l'insegnamento tradizionale è sconvoltodalle nuove tecniche di «e-ducation» (insegnamento a distanza, online ecc.) le università si fanno in quattro per concludere alleanzecon il settore privato. Come ha notato David Kirop, che insegna gestionedei servizi pubblici all'università di Berkeley, «l'antico idealedi marketplace of ideas (mercato delle idee) si è trasformato inun grottesco gioco di parole (8)». Nei campus ha fatto la sua comparsa un personaggio inedito: il docente-imprenditore, che vede nell'università un trampolino per arricchirsiin poco tempo. Questi professori dedicano il meglio del loro tempoalle rispettive imprese commerciali; ma l'incarico universitarioè per loro una fonte di credibilità scientifica, un ripiego in casodi insuccesso, e soprattutto un modo per privatizzare gli introitie socializzare le spese (usando i servizi amministrativi degli istituticome segreterie e i giovani ricercatori e dottorandi come schiavi).

Queste diffusissime pratiche non sono quasi mai oggetto di critiche,dato che i docenti-imprenditori sono spesso superstar di grande prestigio,in grado di far beneficiare le università (almeno indirettamente,attraverso lasciti e donazioni) delle ricadute delle loro iniziative.

Al di là delle considerazioni etiche, il modello universitario dimercato solleva obiezioni di ordine politico, dato che le riflessionisulla cosa pubblica si formano (e si deformano) sempre più in funzionedegli interessi finanziari degli «esperti». Spesso, organismi diricerca senza scopo di lucro fanno da paraventi ai gruppi industriali.

Ad esempio, in occasione del processo contro la Microsoft, alcuniistituti di ricerca «indipendenti», ma in realtà finanziati dal gigantedel software, hanno prodotto un'infinità di «studi» volti a influenzaresia il pubblico che i giudici. (9) Che si tratti della nocività deltabacco, dell'effetto serra, delle protesi mammarie o delle virtùdi questo o quel farmaco, si troverà sempre un esperto in grado di«torturare le cifre» fino a strappare loro una conclusione soddisfacenteper i mandanti (10).

Ecco un caso che illustra le derive della ricerca sponsorizzata:Charles Thomas, docente di criminologia all'università della Florida,si era creato una reputazione di grande esperto nella privatizzazionedei penitenziari: un principio che aveva difeso ardentemente, contestimonianze rese davanti alle commissioni del Senato e con varieditoriali pubblicati sulla grande stampa. Molte delle sue raccomandazionisono state adottate, sia in Florida che altrove (11). Ma in seguitoè emerso che questo eminente esperto veniva remunerato dalle principaliimprese del settore, ed era addirittura azionista di alcune di esse.

Nel gennaio 1999, la Corrections Corporation of America aveva retribuitola sua attività di consulente con la rispettabile somma di 3 milionidi dollari. A questo punto la Commissione etica della Florida haaperto un'inchiesta, e il criminologo si è offerto di pagare unamulta di ... 2000 dollari.

Nel mondo universitario, coloro che in teoria dovrebbero interessarsia tali questioni hanno altre preoccupazioni - oppure sono riluttantia mordere la mano che li sfama, sia pure con molta parsimonia. Lefacoltà di pedagogia si abbandonano sempre più al loro gergo inseguendofreneticamente le ultime mode in campo didattico, mentre in quelleumanistiche imperversano il «multiculturalismo» o la «ricerca dell'identità».

E intanto la passione «decostruzionista» porta a negare ogni dirittodi cittadinanza al principio stesso di una ricerca disinteressatadella verità. Nell'ambito delle scienze sociali, sembra che ormaia contare siano soltanto la quantificazione, le grandi astrazionie i dibattiti metodologici. E la crescente affluenza alle businessschool è l'ovvio corollario di questo modello universitario di mercato.

Il dibattito sulle questioni sollevate dai rapporti tra industriae ricerca si svolge soprattutto in seno alla comunità scientificae medica, attraverso riviste quali Lancet e il New England Journalof Medicine (Nejm). Un'inchiesta del Los Angeles Times ha rivelatoche negli ultimi tre anni, su 40 articoli pubblicati dalla prestigiosarivista medica New England Journal of Medicine nella sua rubrica«drug therapy», 19 erano redatti da medici remunerati dalle industrieproduttrici del farmaco che veniva valutato nel testo. Ma, come qualcunoha fatto notare, è quasi impossibile trovare esperti che non sianolegati, in un modo o nell'altro, all'industria farmaceutica. Ciònondimeno, questa epidemia di conflitti di interessi è stata duramentecondannata dalla redattrice-capo uscente del Nejm (12).

È il caso di sottolineare le analogie tra l'interesse che i dibattitietici hanno suscitato in questi ultimi tempi in seno alla comunitàscientifica, e il «boom etico» che una decina d'anni fa investì lefacoltà di gestione aziendale. Un docente della business school diStanford ricorda: «All'inizio degli anni 80 subivamo i sarcasmi deicolleghi delle altre facoltà, che ci rimproveravano di contribuirealla rapacità di Wall Street e di formare i moderni pirati e bucanieri.

A un certo punto, non ci fu più possibile ignorare queste critiche. I docenti della business school decisero allora di inserire nel curriculumun corso di etica; e in questo modo chiusero la bocca a tutti». Cosìabbiamo avuto seminari, corsi di etica e codici di deontologia, checerto non hanno impedito le pratiche più discutibili; ma almeno hannogarantito la sopravvivenza di un'indispensabile buona coscienza ...

 

(Traduzione di E.H.)

 

Riferimenti

(1) Eyal Press e Jennifer Washburn, «The Kept University», The AtlanticMonthly, Boston, marzo 2000.

(2) James Engelle e Anthony Dangerfield, «The Market-Model University:Humanities in the Age of Money», Harvard Revue, maggio 1998.

(3) David Weatherall, «Academia and industry: increasingly uneasybedfellows», Lancet, Londra, 6 maggio 2000.

(4) Ronald Collins. «Assuring truth in science a must», The BaltimoreSun, 29 agosto 2000.

(5) Robert B. Reich, The Future of Success, Alfred a. Knopf, NewYork 2001, 289 pagine, 26 dollari.

(6) Il 3 maggio 1973, l'accademico francese Maurice Druon, alloraministro della cultura, aveva dichiarato: «Quelli che vengono a chiederesovvenzioni con la ciotola in una mano e una molotov nell'altra dovrannodecidersi a scegliere».

(7) Leggere «Il marketing filantropico dei ricchipentiti», Le Mondediplomatique/il manifesto, dicembre 1997.

(8) David L, Kirp, «The New U», The Nation, New York, 17 aprile 2000.

(9) The New York Times, 18 settembre 1999.

(10) Marcia Angell, Science on Trial: The Clash of Medical Evidenceand the Law in the Breast Implant Case, W.W. Norton, New York,, 1997;Ross Gelbspan, The Heat is On: The Climate Crisis, the Cover-up,the Prescription, Perseus Press, Los Angeles, 1998.

(11) Si veda Loòc Wacquant «Il boom del privato», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, luglio 1998.

(12) The New England Journal of Medicine, Boston, 24 febbraio 2000,22 giugno 2000, 13 luglio 2000.

 

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